Ne sono sempre più convinto: il lavoro è il padre dei vizi. Mi alzo e faccio colazione, ma non è abbastanza, appena esco ci vuole un caffè e un bombolone. A pranzo un quartino di vino è compreso nel prezzo e alla fine ci sta un altro caffè, ma perchè rinunciare a un sambuchino? Passa il pomeriggio, e rientrando sento di avere sete e un pizzico di famina, birra e schifezze, viene ora di cena, anzi, son già le 8 e mezza, chi ha tempo di cucinare che alle 9 e mezza devo esser fuori lavato e nutrito? Kebab, poi si riparte, una birra, un gelato, o un bicchiere di vino. A fine giornata ho speso una barca di soldi: mi è convenuto andare a lavorare? Ma se stando a casa ci mangiavo una settimana! Poi c'è da aggiungere schiena acciaccata, tempo libero risicato, rapporti umani sfilacciati... è dunque funesto a chi lavora il dì feriale? Invece a me servirebbe tempo per pensare che prima i filosofi eran tutti greci e poi tutti tedeschi, che i greci inventarono la democrazia ma avevano parecchi schiavi che forse filosofeggiavano meno, i tedeschi sono tutt'ora visti male, gli ebrei son passati da popolo eletto a popolo perseguitato, poi a popolo persecutore, poi m'addormento e son contento di tornare a lavorare, è più semplice.
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Ci son certe febbri che a volte sorprendono i bari nel loro continuo barare: l'arcata di un ciglio che trema per dire "sedotta la sorte m'annoierò ancora"
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"Non dormire per terra, ci son le Correnti, e gli spiriti dei topi già morti che cercano qualcosa da mangiare"
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"Voglio andarmene all'inferno coi bambini che come me non hanno conosciuto dio, e lì giocare i giochi dell'infanzia che la mia mente ha ormai dimenticato"
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I laghi bianchi coperti dal sole là in fondo qualcuno sragiona dietro a un grembiule davanti a un computer
I cieli non han vertigine, non han spessore, attendono un lampo.
"E' sonno", qualcuno bofonchia, qualcuno risponde.
Con che coraggio amare una donna infornarne le membra di pallido sperma?
"Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede." Questo mi disse il mio anti-io, abituato alle illusioni dell'autocritica; volse lo sguardo stancamente, dove parecchie forme di vita o architettoniche o semoventi o geografiche si potevano notare, e si mise a fischiettare un antico motivetto: "...m'innervosiscono i semafori e gli stop..."
Non c'è niente solo le viscere dei discorsi sparse per terra a chiamare mosche; ma non può dirsi che sia qualcosa: non c'è niente solo parecchi visitatori e qualcheduno che coi gomitoli li fa giocare, ma non può dirsi che sia qualcosa, non c'è niente poco di buono alle nostre spalle un buono a nulla di fianco, o dentro, che guarda attorno e non trova nulla.
Un cavallo potrebbe dirci: sei tu che mi rendi stallone; un'atleta particolarmente competitiva, dopo cure forse troppo intensive, potrebbe dire: sei tu che mi rendi campione; ma un vero uomo, uno che ha scelto il celibato non per vigliaccheria ma per spirito di sacrificio, uno che apprezza la bellezza delle donne ma è così ciecamente forte da resisterle, direbbe: sei tu che mi rendi Bertone.
Che davvero qualcuno ci abbia detto, in un tempo lontanissimo: "vivete", e poi si sia assentato, o addormentato, e chieda, di quando in quando, dal suo dormitorio, notizie a un suo compare, o ad un veggente che su di esso veglia? O che qualcuno si affacci a curiosare, ogni tanto, dopo un numero casuale di rotazioni? O che un uomo in trance farnetichi senza coscienza smarrendosi nelle ere?

Cosa vedi? "Animali che si alzano e impugnano cose"
E adesso? cosa vedi? "Una stirpe abbrutita dal lavoro e sformata dai parti" E adesso, dimmi, cosa vedi? "Piccole fazioni in lotta, ma non capisco per cosa"
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